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Esposizione di Giuseppe Fabris

Esposizione di Giuseppe Fabris

MEMORIA ETERODOSSA

data evento     Mercoledi 15 Settembre 2021

luogo evento     Dolceacqua

luogo evento     Apri la mappa - Vai a Google Maps

ora evento     ore 10-13 e 14.30-18

Latte Alberti

MEMORIA ETERODOSSA – Esposizione di Giuseppe Fabris – Castello dei Doria dal 7 Agosto al 5 settembre

Prorogata al 19 Settembre!!!!

ORARIO: 10-13 e 14.30-18

“Estratto dal saggio critico filosofico di Nicola D. Angerame”

… Qui serve richiamare il discorso fatto sullo sguardo della gatta di Derrida: nei ritratti che Fabris dedica ad altrettanti musi di elefanti1, lo sguardo di ogni singolo pachiderma diventa il luogo di una origine (un’anima?), forse perduta e che sarebbe bene ritrovare. Quello sguardo ti fissa dal punto più esteticamente distante, quello della tela (anch’essa silenziosa come un animale) che, rispetto alla prossimità della gatta vivente (e sottilmente rumorosa) di Derrida, è maschera ma è anche imitazione ultra reale (grazie al potere della pittura) di uno sguardo reale che ci ri-mette al mondo nella posizione ontologicamente più giusta (potere del ménage à trois col dio e l’animale). L’esistenzialismo sartriano individua l’esistenza come un peccato originale: oggi, il nostro stesso esistere è divenuto colpa nella nuova forma del consumo delle risorse di Gaia, di cui l’animale è parte integrante. E se questo peccato fosse la conseguenza di un peccato originale verso l’animale, di una sua impropria oggettivazione?

Allora lo sguardo diventa decisivo. Le tele di Fabris, dalle quali altrettanti sguardi di elefanti ci colgono colpevoli ribaltano su di noi il nostro stesso guardare. Finalmente io mi posso guardare (percepire, ri-conoscere2) attraverso l’animale che mi guarda. Derrida sarebbe felice di visitare una tale mostra, e anche noi: come sollevati, perdonati e rimessi al nostro posto, vaghiamo nella mostra tra gli sguardi incredibilmente umanizzati e umanizzanti degli elefanti di Fabris. Ma qual é il luogo in cui siamo posti da questa mostra?

La storia della pittura e perfino l’arte contemporanea sono giochi di sguardi3. In effetti, l’arte è intessuta di sguardi: dal mito di Medusa (spaventosamente ritratta dal Caravaggio) allo sguardo di Paride che compie la scelta, dalla riflessione sullo sguardo di Giulio Paolini in Giovane che guarda Lorenzo Lotto allo sguardo marmoreo di Marina Abramovi? in The artist is present. L’arte ci guarda più che essere guardata. Nel caso di Fabris è attraverso di essa che l’animale ci restituisce lo sguardo. Ma l’animale ci vede? Ci permette di essere, sì, ma ci riconosce? Domanda aperta…. Lui ci ri-conosce, certo, ma sempre di nuovo ogni volta che guarda (coazione a guardare): il suo sguardo è silente, senza parola, pensiero o concetto che provvedano ad armarlo di senso. Meglio così poiché la parola, quando è parola d’uomo a proposito dell’animale, sottrae il senso, rapina il senso dell’esistere animalesco e ci sovrascrive un senso umano e manipolatorio. La povertà dell’animale, la sua debolezza (cfr. Vattimo), sono la sua ricchezza. L’animale è ricco di povertà. L’animale è ricco di mancanze, mentre l’uomo è povero di ricchezze. La regalità degli elefanti ritratti da Fabris, che come un novello Van Dyck (che dipinge ritratti memorabili della nobiltà genovese) si pone di fronte e ritrae la nobiltà del mammifero terrestre più grande e lento, dell’animale dotato di memoria prodigiosa, una memoria eterodossa rispetto all’ortodossia di una memoria umana sul cui modello riconosciamo, valutiamo e valorizziamo (impropriamente e illegittimamente) la “memoria” di ciascun altro animale.

Note.
1Dall’enciclopedia Treccani: muso è il termine che designa la parte anteriore della testa di qualunque animale e può essere esteso metaforicamente all’uomo.
2Sia nel senso del conoscere nuovamente, in una ripetizione del conoscere, sia nel senso di una riconoscenza dei diritti e dei doveri legati alla propria posizione esistenziale di “dominatore”, di colui che è chiamato a prendersi cura della debolezza ontologica dell’animale, e del dio, che sono nostri vicini, il nostro prossimo…
3A tal proposito si legga John Berger, Questione di sguardi, Il Saggiatore, 2015



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HETERODOX MEMORY - Exhibition by Giuseppe Fabris - Castello dei Doria from 7 August to 5 September

Extended to September 19th !!!!

HOURS: 10-13 and 14.30-18

"Extract from the critical philosophical essay by Nicola D. Angerame"

... Here it is necessary to recall the speech made on the look of Derrida's cat: in the portraits that Fabris dedicates to as many elephant faces1, the gaze of every single pachyderm becomes the place of an origin (a soul?), Perhaps lost and which would be good find. That gaze fixes you from the most aesthetically distant point, that of the canvas (also silent as an animal) which, compared to the proximity of the living (and subtly noisy) cat of Derrida, is a mask but is also an ultra-real imitation (thanks to the power of painting) of a real gaze that puts us back to the world in the most ontologically correct position (power of the ménage à trois with the god and the animal). Sartrian existentialism identifies existence as an original sin: today, our very existence has become a fault in the new form of consumption of Gaia's resources, of which the animal is an integral part. And if this sin were the consequence of an original sin against the animal, of its improper objectification?

Then the gaze becomes decisive. Fabris's canvases, from which as many gazes of elephants catch us guilty, overturn our own gaze on us. Finally I can look at myself (perceive, re-know2) through the animal that looks at me. Derrida would be happy to visit such an exhibition, and so would we: as if relieved, forgiven and put back in our place, we wander in the exhibition among the incredibly humanized and humanizing gazes of Fabris's elephants. But what is the place where we are placed by this exhibition?

The history of painting and even contemporary art are games of glances3. In fact, art is interwoven with gazes: from the myth of Medusa (frighteningly portrayed by Caravaggio) to the gaze of Paris who makes the choice, from the reflection on Giulio Paolini's gaze in Young looking at Lorenzo Lotto to the marble gaze of Marina Abramovi? in The artist is present.
Art looks at us more than being looked at. In Fabris's case, it is through it that the animal returns our gaze. But does the animal see us? It allows us to be, yes, but does it recognize us? Open question…. He knows us again, of course, but always anew every time he looks (compulsion to look): his gaze is silent, without words, thoughts or concepts to arm him with meaning. Better this way because the word, when it is the word of man about the animal, subtracts the meaning, robs the sense of animalistic existence and overwrites a human and manipulative sense. The poverty of the animal, his weakness (see Vattimo), are his wealth. The animal is rich in poverty. The animal is rich in shortcomings, while man is poor in riches. The royalty of the elephants portrayed by Fabris, who like a new Van Dyck (who paints memorable portraits of the Genoese nobility) faces and portrays the nobility of the largest and slowest terrestrial mammal, of the animal with a prodigious memory, a heterodox memory with respect to the orthodoxy of a human memory on the model of which we recognize, evaluate and value (improperly and illegitimately) the "memory" of each other animal.

Note.
1From the Treccani encyclopedia: snout is the term that designates the front of the head of any animal and can be metaphorically extended to man.
2Both in the sense of knowing again, in a repetition of knowing, and in the sense of a recognition of the rights and duties linked to one's existential position as "ruler", of the one who is called to take care of the ontological weakness of the animal, and of god, who are our neighbors, our neighbor ...
3 In this regard, read John Berger, A Question of Glances, Il Saggiatore, 2015



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